La seconda assemblea condominiale della mia vita mi ha lasciato il pensiero fisso che queste occasioni siano un po’ come le riunioni di famiglia.
Ogni famiglia ha infatti un argomento tabù, di quelli che tutti sanno SAREBBE MEGLIO non toccare mai. Tutti lo sanno e ad ogni incontro speri in cuor tuo che finalmente si metta in pratica il tacito accordo di NON affrontare QUEL TEMA.
Ma arriva sempre il momento in cui qualcuno sottovaluta un commento o una battuta, e a quel punto si scatena l’inferno.
L’altra sera, dopo un’ora e mezza a spulciare tra spese di francobolli e riparazioni del citofono, mi sentivo quasi salva perché la riunione si stava svolgendo senza grossi sbandamenti.
Il ragazzo che durante il mio trasloco al terzo incontro mi aveva detto “allora è destino” spiegava con dovizia di particolari conto economico e stato patrimoniale alla nuova fidanzata bionda, che abbracciava e baciava con orgoglio ad intervalli regolari. Ho perso la mia occasione, destino crudele.
La mia dirimpettaia, quella che l’anno scorso mi aveva accolto con il “si, vedo che fai tutte cose”, è arrivata in ritardo e ha subito iniziato a polemizzare con il vicino, fratello di qualcuno che le deve qualcosa. Mi ha guardato storto, o forse soffro di manie di persecuzione, fatto sta che è un anno che alzo le tapparelle solo quando faccio cambiare aria alla casa. Si sarà offesa?
Spiccava invece per ars polemica una vecchia signora grassottella che contrastava qualsiasi proposta comportasse un esborso di denaro ma che ad un certo punto ha menzionato con leggerezza un “amico di amici” che sarebbe disposto a fare un lavoretto a QUELLO LÀ CHE NON PAGA da dieci anni. Non ho osato contraddirla, le ho sorriso e ho memorizzato il nome, che ho giusto in mente qualcuno a cui vorrei far passare un brutto quarto d’ora.
Nella variopinta accozzaglia di umanità che si era assembrata, spiccavano per silenziosità due uomini dai lineamenti che ricordavano quelli degli indiani d’America. Il primo dei due aveva capelli neri, lunghissimi e lisci, che chissà quale balsamo usa. L’altro, abbronzato, bassino e con un fisico asciutto, è uno scultore, in tutta la serata ha detto una sola cosa ma estremamente sensata e nella classifica dei miei preferiti ha surclassato il professore, che quest’anno ha mandato la moglie. E questo è stato il grosso errore.
LEI. Mamma di un numero imprecisato di bambini. Parte simpatica, dice che in casa ha freddo ma cucina arrosti e torte per tenere sempre acceso il forno. Ormai i bimbi sono grandicelli, certo le bici in cortile sono un po’ fastidiose perché loro non riescono a giocare ma si può trovare una soluzione. Sorride. I bambini sono grandicelli, ripete, e per fortuna la aiutano a salire le scale con la spesa, dice. Silenzio.
Come dicevo prima, anche per la grande famiglia di condòmini del mio stabile, c’è un argomento tabù, che è L’ASCENSORE. Chi frequenta casa mia lo sa, abito al terzo piano e, a causa dell’assenza di ascensore, ho visto trenta/quarantenni rischiare ad ogni gradino collassi ed embolie (il che la dice lunga sullo stato di salute delle persone che frequento, ma questa è un’altra storia).
Dicevo. La mamma pronuncia la parola fatidica, SCALE, e almeno 20 ultra settantenni d’istinto si risvegliano e si sistemano sulle loro sedie, pronti alla battaglia. “Eh già, le scale” dice la signora polemica. “Lo stabile con l’ascensore ci guadagnerebbe in valore”, aggiunge una voce. Da lì in avanti non si è capito più niente. Si erano formati capannelli di ingegneri della domenica che facevano brainstorming per creare opere da fare invidia ai grattacieli di Dubai, chi improvvisava preventivi basati sul nulla, chi calcolava tassi di finanziamento e quanto ci sarebbe tornato in rimborsi fiscali in 10 anni. Un condòmino un po’ pessimista si augurava di esserci ancora tra 10 anni.
Io nel frattempo avevo ricominciato a sgranocchiare la mia cena a base di pretzel croccanti: masticare mi tratteneva dall’esprimere, con la delicatezza che mi contraddistingue, la mia sincera opinione sui voli pindarici dei miei vicini di casa.
Ma in tutto questo trambusto, c’era una persona che manteneva un atteggiamento pacato, ascoltava, rispondeva, cercava di trovare un senso alla discussione: il papà carino, che ha fatto la magia. È riuscito con maestria a ricondurre il gregge in uno stato ordinato, ha con nonchalance cambiato tema, proponendo di non rimandare ancora di un anno la sostituzione dei citofoni e ha fatto approvare la proposta con larga maggioranza.
Bello e bravo. Per me è si, mozione accettata, ci vediamo il prossimo anno.
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