Mi sono rotto il cazzo*

Come si fa a dichiarare chiusa un’esperienza? Lo chiedo perché non sono mai stata molto brava a mettere la parola fine ad alcunchè. Serate, storie d’amore, viaggi. Esperienze. O rapporti con scarpe troppo strette. Perfino quando scrivo, la parte più difficile è decidere come concludere il racconto. Nella vita fisica così come in quella mentale, quando arriva il momento di girare i tacchi e proseguire per un’altra strada provo una sensazione di malinconico disagio. 

Faccio degli esempi: una serata è giunta alla fine, è stata divertente, si è bevuto, riso, mangiato e tutti gli annessi e connessi… capita che, ad un certo punto, una vocina nella mia testa dica “Bello, ma adesso tornerei volentieri a casa mia” o molto più spesso “Bello, ma adesso andrei volentieri nel locale dove ho detto che sarei arrivata mezz’ora fa”. In questi casi, lo sforzo di alzare il sedere e salutare, chiudendo quel momento di benessere in vista di un futuro potenzialmente incerto, mi paralizza e, procrastinando, arrivo al punto in cui semplicemente mi girano talmente le palle che mi alzo e me ne vado. A volte senza salutare. Un atteggiamento che, mi rendo conto ora, è una reminiscenza terribilmente adolescenziale. 

Faccio un altro esempio. Il viaggio in sè mi provoca una malinconia struggente. Non parlo della fine del viaggio. Parlo anche di quel primo passo fatto fuori di casa, quando ci si chiude la porta alle spalle e si respira il senso dell’ignoto. In quel momento, la sensazione è sicuramente di eccitazione ma in egual misura di smarrimento per quanto di conosciuto lascio alle spalle. Non solo quando sto per affrontare la traversata del globo con destinazione “altro capo del mondo”, ma, quasi in maniera più forte, nei piccoli cambiamenti di luogo. Quando ad esempio salutavo i colleghi il venerdì sera e partivo per Verona o quando la domenica pomeriggio risalivo sulla mia fedele C3 per imboccare l’autostrada direzione Milano. La fine di un’esperienza è per me emotivamente difficile e l’unico modo per affrontarla è fare un bel respiro e rendermi conto, più o meno drammaticamente, che non ho alternative. 

Lo stesso mi capita nelle relazioni. Quando conosco una persona che mi piace, tendo ad idealizzarla. Lo so, lo facciamo tutti, ma ci sono persone più furbe di me che sanno che, quando le cose non si mettono come uno vorrebbe, la strategia migliore è porre una distanza, fisica e mentale, in attesa, forse, di tempi migliori. La maggior parte delle volte quella persona finisce, giustamente, nel dimenticatoio. Altre volte, se si è molto bravi e fortunati, si riesce a trasformare il rapporto in qualcosa di diverso, scevro da aspettative e sentimenti. Ma prima di questo fantomatico nuovo inizio, vale sempre e comunque “la regola del lasciarsi” numero 1 di Carrie: “Distruggere tutte le foto dove lui ha un’aria sexy e tu sembri felice”. Che, in senso lato, vuol dire: astinenza territoriale ed emotiva da tutto quello che può ricordarti romanticamente quella persona. Invece la sottoscritta ha la malaugurata tendenza a voler salvaguardare sempre qualcosa: il rapporto, l’amicizia, il ricordo, o che cazzo ne so. Il fatto è che questo mi trascina inevitabilmente al punto in cui sull’idealizzazione prevale lo schifo perché, diciamolo, non esistono punti di mediazione tra due sentimenti che non combaciano. Se ti piaci, ti piaci. Se ti piaci “ma non ne son sicuro”, non ti piaci. Se “sei un’amica”, scappa alla velocità della luce perché quella in fondo al tunnel è SICURAMENTE la luce del treno contro cui ti schianterai senza protezioni. E non avrai nemmeno il diritto di incazzarti perché “ho sempre cercato di essere onesto con te”. (Immagino i sorrisi amari di molte di voi. Siamo tutte sulla stessa barca, anche se non consola.) 

Questo per dire che qualche giorno fa leggevo sul New York Times un interessante articolo che dissertava dei parametri che dichiarano conclusa una pandemia. L’elemento determinante a quanto ho capito, ma nulla vieta che io sia tra gli analfabeti funzionali che tanto affliggono questo Paese, è il fattore psicologico. C’è un momento in cui semplicemente la gente comincia a considerare tollerabile una determinata quantità di vittime e di conseguenza prevale la necessità di tornare alla normalità. Così è successo anche da noi, se ci pensate. Dopo il lockdown totale, si prospettava una riapertura graduale: giugno, luglio, i più pessimisti dicevano che fino al 2021 non ci saremmo più mossi. E poi nel giro di 15 giorni c’è stato lo stravolgimento: negozi aperti, uffici aperti, ristoranti aperti, locali aperti. Iper-semplificando, la gente e la politica si sono rotti il cazzo. 

E anche io oggi mi sono, nel mio piccolo, rotta il cazzo. Invece della mia solita passeggiata serale senza meta, mi sono seduta al tavolo di un locale e ho ordinato una birretta.

Sentivo che era il momento di dare un taglio ad una situazione che non mi faceva più bene.

Sentivo che non solo era ora di smetterla con l’aperitivo in solitaria sul balcone ma che non valeva più la pena di tollerare le limitazioni a cui mi ero costretta negli ultimi mesi e che rendevano confortevole una situazione che in realtà mi stava molto stretta.

Perché il prezzo credo di averlo pagato e temo che il conto non sia ancora arrivato alla fine. Ma almeno ho cominciato a tirare fuori la calcolatrice.


*dei codardi con l’amore degli altri (cit.)

Una opinione su "Mi sono rotto il cazzo*"

  1. Esiste il “falso in bilancio sentimentale”. E comprende quella distrazione di fondi intangibili che sottrai a te stesso per impiegarli in relazioni la cui inconsistenza non riesci ad ammettere. E’ un reato contro la persona (cioè la tua stessa persona).

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