La lingua batte dove il dente duole

In una assolata mattina di luglio, mi trovavo nella cucina della casa che avevo affittato nelle Marche per l’intero mese e stavo facendo colazione con latte d’avena e cereali.

Il sole splendeva. 

Mi aspettava una giornata al mare.

Al tavolo con me erano sedute alcune delle mie migliori amiche di sempre.

E mi si è rotto un dente. 

Non parlo di una leggera scheggiatura, che ne so, di un incisivo. Sì è proprio tranciato a metà un molare. Per essere precisi: il dente numero 47, arcata inferiore destra. 

Non si tratta di un evento eclatante per la sottoscritta, che si è spesso ritrovata al bancone del bar a sputare con discrezione pezzi di smalto dentale saltati dopo aver distrattamente sgranocchiato pop corn non scoppiati. E, per fortuna, non provo dolore. Si tratta sempre dei soliti due denti devitalizzati che, per la personalissima versione del kintsugi concordata con il mio dentista, rabberciamo ad ogni occasione, riportandoli alla meno peggio alla loro funzione originaria.

E’ fatto noto a chi mi conosce che io sono incapace di interventi drastici, in qualsiasi ambito della vita. Perché impiegare mesi per rimuovere con dolore le ultime parti di un dente ancora coraggiosamente attaccato alla gengiva, impiantare un perno, sperare che si cicatrizzi bene (perché, anche in questo caso, le cicatrici mica si rimarginano sempre con successo….) e poi avvitarci un dente finto, quando in dieci minuti posso limare, impastare e appiccicare qualcosa che mi consenta di proseguire la giornata come se niente fosse?  

A luglio però, trovandomi a svariate centinaia di chilometri di distanza, non potevo chiedere l’intervento tempestivo e salvifico del mio dentista. E poiché la rottura del dente aveva creato una fastidiosa punta affilata, ho sfruttato il mio canale preferenziale con lo studio medico per avere consigli. E così, una bottiglia di verdicchio più tardi, mi sono ritrovata di fronte allo specchio del bagno con una limetta per unghie in mano, pronta ad arrotondare quel fastidioso dente spezzato. 

Ovviamente, le mie amiche erano sicure che sarei finita al pronto soccorso. Ma il peggio non è accaduto e ho risolto il problema del dente affilato senza conseguenze. Apparenti.

Perché è estremamente consolatoria l’idea di riparare un oggetto riempiendo le crepe con dell’oro o sistemandolo quanto possibile perché non arrechi danno, ma ciò non toglie che, quando una cosa si rompe, semplicemente, si rompe. E insistendo ad affidarle la medesima funzione, c’è il rischio concreto che il sistema compensi stressando altre sue componenti. 

Insomma, potevo sempre ignorare di funzionare solo al 50%, e fare finta che quel sottile dolore latente che mi accompagnava ogni giorno non fosse correlato alla rottura. Ma ho dovuto prendere consapevolezza del fatto che, alla lunga, i danni dettati dall’anomalia rischiavano di essere importanti e le energie per superarli stavolta potessero venire meno. 

Ma anche di fronte al dato di realtà, andare contro il mio istinto è per me quasi impensabile. Qualcuno deve prendersi una parte di responsabilità e dare un taglio netto. Parlando di denti, sarà il dentista a prendere una decisione. Parlando della vita, dovrò adeguarmi alla realtà e trovare un mio nuovo equilibrio, non solo apparente.

Per iniziare, mi metto in viaggio.

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