Ne riparliamo a gennaio

Se si potesse, salterei dicembre a piè pari.

Questo mese per me ha pochissimi lati positivi. Gli unici giorni che salvo sono quelli intorno a Natale, che passo con la mia famiglia in montagna. 

Tra le cose che odio di più di questo periodo ci sono queste tre. 

La cena di Natale di studio. Ho passato la mia vita professionale a cercare di schivare l’incombenza di organizzare la festa di Natale aziendale, affibbiata al dipartimento marketing perché nessun avvocato capisce veramente cosa facciamo e solitamente siamo “quelli simpatici”. Io no, e infatti la cena di Natale l’hanno sempre organizzata gli altri membri del dipartimento che però nel 2024 si è ridotto in maniera drastica. Riesco ancora a ritagliarmi un ruolo marginale nel gioco, ma non posso esimermi dal partecipare. A onor del vero, ho la fortuna di avere come colleghi persone piacevoli. Ma non posso più assumere una quantità di alcol sufficiente per pensarlo un evento a cui andare volentieri. Niente di personale. 

Il traffico, per citare Johnny Stecchino. Tra pochi giorni, Corso Matteotti si intaserà per interminabili ore di una lunghissima fila di macchine immobili, guidate da autisti convinti detentori dell’arte di stare al volante e soprattutto sicuri che l’uso smodato di clacson e insulti sia funzionale allo scorrere delle auto. In aggiunta, un incomprensibile numero di persone si riverserà per le vie del centro a fare (window) shopping, costringendomi dopo il lavoro ad acrobazie e slalom tra orde di passeggiatori che si godono senza fretta le chincaglierie in vendita nel Mercatino di Natale ai piedi del Duomo. Ah, la folla. Ah, lo spirito natalizio. Il mio personale incubo.

I bilanci. Dicembre è il mese in cui si tirano le somme, in cui si guardano gli undici mesi passati e ci si accorge di non essere avanzati di molto nei buoni propositi dell’anno precedente. E’ il mese in cui i miei “ho deciso che” perdono quella credibilità che solo io ancora gli attribuisco. E’ il periodo dell’anno in cui mi ritrovo ancora una volta con il cerino corto in mano e di nuovo mi chiedo “Ma davvero?”. Perché io la lezione scelgo tuttora di ignorarla, nonostante arrivi puntuale ad ogni dicembre. 

C’è stato un momento preciso in cui ho capito che anche quest’anno era in arrivo. 

Ero a cena con amici e li ho salutati prima che mi arrivasse in mano il digestivo, a cui altrimenti non avrei saputo rinunciare. Era quell’ora intermedia in cui tornare a casa a piedi non è ancora assolutamente sconsigliato ma che necessita di un’asticella di tolleranza alla vita dello Stadera abbastanza elevata. Per i miei parametri era ok, per quelli di mia madre sicuramente no. Una volta arrivata all’altezza del parcheggio dei taxi, indecisa se saltare su uno, mi sono voltata per controllare la strada e il tram era in arrivo. C’era anche una lunga fila di taxi che, visti i tempi a Milano, sembrava un miraggio. 

In quel momento ho messo in fila le ultime mattine: mai una volta avevo dovuto correre per prendere il tram. Da giorni infatti esco di casa per andare al lavoro, compiendo i soliti rituali: il cinque a Luciano e due battute sul tempo davanti alla portineria. Una volta arrivata all’angolo con via Montegani, vedo il tram lontano qualche centinaio di metri e capisco di non dover fare il solito sprint per prenderlo. Spesso trovo anche posto per sedermi.  

Ho quindi cominciato a intuire che la lezione di dicembre è dietro l’angolo, ma che l’universo in questi giorni mi ha offerto una concatenazione di eventi positivi per ammortizzare l’appuntamento con lo schiaffo. Il tram che arriva al momento perfetto, un casino risolto nel migliore dei modi, i complimenti per la gestione eccellente di un lavoro, il calore della casa di un’amica che mi ricorda che è solo nella libertà reciproca che posso accettare qualsiasi relazione. 

L’universo mi ha mostrato che la struttura, nonostante tutto,  può reggere l’urto. 

Ma se c’è qualcosa di assolutamente fuori dalle mie corde è fare proclami di sfida. Dentro di me so quanto dicembre possa essere crudele e spietato. Quindi ho deciso che me ne sto zitta ed entro in modalità “sopravvivenza” per 31 giorni. 

Ne riparliamo a gennaio.

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