Le mie notti (quasi) bianche

Non esiste uno spartiacque che separi la “me” di prima dalla “me” dopo un viaggio. Dalla Norvegia sono tornata con le mie vecchie scarpe da trekking in valigia, nonostante il fango e la pioggia abbiano provocato delle scollature evidenti nella suola. Quest’anno le ho riportate a casa perché ho creduto che ci fossero le condizioni per provarci. Magari, speravo, la cura di un buon calzolaio può fare miracoli anche su scarpe malconce. A Nora è successo, ho le prove. In valigia avevo portato anche delle scarpe nuove, in goretex e bellissime che, purtroppo, si sono rivelate leggermente grandi. Mi hanno salvato in più di un trekking, ma in quelli più impervi il vecchio ha vinto sul nuovo, malgrado le mie speranze. La dura realtà, però, è che il vecchio è troppo malandato e il nuovo non è adatto, quindi dovrò cercare una terza via, se voglio continuare a camminare fino ad arrivare in vetta.

Non esiste uno spartiacque che separi la “me” di prima dalla “me” dopo un viaggio, ma la Norvegia è stata uno spartiacque tra condizioni della mia vita radicalmente diverse, per motivi in parte fuori dal mio controllo. Esiste un prima e un dopo Capo Nord. Banalmente, prima la mia vita viaggiava su binari molto conosciuti. Dopo, è iniziata una fase di cui devo imparare le coordinate da zero per capire come muovermi. Sono entrata in quel limbo incerto che i più razionali dicono durare circa sei mesi, un tempo apparentemente congruo per, ad esempio, abituarsi ad un nuovo lavoro, innamorarsi o dimenticare un amore. Sei mesi per imparare a stare in piedi su gambe nuove, in pratica. Chissà se lo stesso tempo vale anche quando capitano alcune di queste cose insieme.  “Sei capace di tutto” dice chi mi conosce. E hanno ragione. Anche se ho paura, tendo a non tirarmi indietro quando qualcosa mi incuriosisce. “Sei capace di tutto”, dicono. Ma questo viaggio mi ha ricordato che se faccio qualcosa di pauroso con qualcuno che mi tiene la mano, sono felice. E dormo senza incubi.

Non esiste uno spartiacque che separi la “me” di prima dalla “me” dopo un viaggio, però è curioso che in Norvegia si sia condensato il microcosmo della mia intera esistenza in dieci giorni, come un film veloce che ha fatto il riassunto di tutte le cose più sagge e quelle più avventate vissute nei miei quarantatré (ancora per poco) anni. Ho camminato, ho contemplato questo bellissimo mondo, ho riso tanto – anche mentre imprecavo arrampicandomi sulle rocce bagnate dalla pioggia battente e sferzate dal vento gelido – ho anche versato qualche lacrima, ovviamente. Ero circondata da coppie affiatate, ho trovato il mio spazio per stare in piedi, ho avuto una sponda in estranei che sono diventati presto facce amiche, e ho puntato sulla combinazione con le probabilità di successo praticamente rasenti lo zero. Tutto come da copione. Mi sorprende sempre come all’interno di un gruppo di sconosciuti in viaggio si creino le dinamiche più belle del branco, fatte di comunanza, solidarietà, tolleranza, supporto e protezione reciproca. Anche di scazzi, ma probabilmente sono stata, come sempre, molto fortunata a capitare con persone in grado di aprirsi all’altro, e di rendere a me più facile farlo. Torno quindi dalla Norvegia con un’ammirazione profonda per i miei compagni di viaggio, che mi hanno interessato e incuriosito come pochissime delle persone che incrocio quotidianamente nella mia esistenza sanno fare. E, forse, anche io ho saputo avere occhi ed orecchie diversi, per apprezzare ed osservare gli altri. Finalmente.   

Non esiste uno spartiacque che separi la “me” di prima dalla “me” dopo un viaggio, ma se proprio voglio cavalcare l’onda dei buoni propositi di settembre, quello che mi auguro è di portare con me il più a lungo possibile il paio di occhi e di orecchie che ho ritrovato tra Capo Nord e le Lofoten.

Vorrei imparare le coordinate della mia nuova esistenza con il cuore un po’ più aperto. Vorrei provare a darle una forma diversa, senza troppe maschere e sicuramente con meno paure. Una forma più simile a quella delle notti in cui dormo tranquilla e senza incubi, magari davanti ad una finestra gigante che affaccia su un fiordo magico.

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