Sono diversi mesi che non frequento un ragazzo e in tutta onestà penso che per il momento sia meglio così, data la mia comprovata capacità di invaghirmi di casi umani che fanno più danni di un elefante nel celebre negozio di cristalleria.

Non mi manca avere un compagno fisso, ho amici che considero famiglia, ho pure una famiglia a dire il vero, presente sebbene lontana, un lavoro che nonostante la pervasività mi piace, frequento un corso di scrittura, la palestra, lezioni di yoga (quando riesco), nella libreria ho decine di libri da leggere… e, ascoltate bene, tornare a casa la sera nella mia casa, prepararmi la cena, bere un bicchiere di vino rosso e scrivere, mi fa sentire viva.
Però il mio cervello, come quello di molte donne, ha spesso bisogno di un aggancio amoroso quindi, per evitare di rovistare troppo nel recente passato e diventare malinconica per storie che erano morte ancora prima di iniziare, ho sviluppato la capacità di innamorarmi di estranei che incrociano fugacemente la mia strada, per poi disinnamorarmene con altrettanta velocità.
Nella stragrande maggioranza dei casi, di questi ragazzi non ricordo nemmeno il viso, il mio sentimento dura giusto il tempo di girarmi verso la persona con cui sono, o di scrivere un messaggio ad un’amica. “Mi sono innamorata”. E poi basta. Il sapere di poter provare una sorta di emozione per qualcuno mi tranquillizza e tutto passa. Come ieri al supermercato: c’era un ragazzo ricciolino, non molto alto a dire il vero, occhi chiari, dai lineamenti mi ricordava vagamente l’architetto, zaino sportivo sulle spalle, cappellino Patagonia, faceva spesa bio da Natura Sì. Mi sono innamorata all’istante. Il tempo di pagare alla cassa ed era tutto finito. Un amore usa e getta, esclusivamente nella mia testa e quindi perfettamente sicuro.
In alcuni casi però questi effimeri innamoramenti mettono la punta del piede nella realtà e io resto sospesa a chiedermi se sia più interessante spalancare la porta oppure rimanere a fantasticare su quanto potrebbe essere bello se…
Ad esempio, ogni mattina quando scendo dal tram per andare al lavoro passo di fronte ad un’edicola. Mi piace vedere che hanno il numero del mese di Julia in esposizione, spesso mi sarei voluta fermare per acquistarlo ma a bloccarmi è il pensiero della collezione dei primi 100 numeri che per anni è rimasta a casa dei miei e poi… e poi chissà. Dicevo, in questa edicola lavorano diverse persone che si alternano nei giorni e negli orari. Nella mia testa sono una famiglia composta da mamma, papà e tre figli, due maschi e una femmina. I due figli maschi sono piuttosto carini, ma è il più giovane dei due ad incrociare il mio sguardo quasi tutte le mattine. All’inizio ci scambiavamo dei saltuari sorrisi, adesso addirittura ci salutiamo.
“Ciao”.
“Ciao”, rispondo io.
E proseguo per la mia strada.
Lui non è molto alto, ha lunghi capelli neri e grandi occhi scuri. Porta la barba, ma non quella da hipster. Insomma, ogni mattina lui rende il percorso tra casa e l’ufficio più piacevole e le mattine in cui non è di turno, un po’ ci rimango male. Ovviamente non avrò mai il coraggio di fermarmi a comprare, che ne so, il giornale, o l’ultimo numero di Julia. Tanta audacia rovinerebbe sicuramente la magia di un semplice sorriso mattutino.
C’è invece un’altra persona che sarei curiosa di rivedere, forse. Un uomo incrociato sul tram una mattina alle 8:30, quando ancora mi riusciva di prendere il tram così presto. Ricordo di aver scritto un messaggio a delle colleghe quella mattina: “Mi sono innamorata!”. Poi lui è sceso e addio. Fino ad un sabato mattina, nella mia palestra. Lui stava per iniziare un corso, qualcosa tipo Play Omnia, mentre io, destino avverso, avevo optato per Interval Training. Non che ci tenga a farmi vedere con la faccia distrutta dalla fatica, ma speravo di incrociarlo nelle settimane successive. Invece niente. Forse ha avuto per la palestra un innamoramento fugace.
Fino ad una domenica pomeriggio di fine estate. Ero sul tram, sempre lo stesso (prima o poi scriverò del mio rapporto con i tram di Milano, il 33 prima e il 3 poi hanno segnato gran parte delle mie esperienze milanesi). Stavo andando, insieme ad una bottiglia di Valpolicella Ripasso, a cena da amici e come sempre ascoltavo la musica negli AirPods con la testa appoggiata al finestrino, guardando distrattamente la strada sotto di me. Fino a che, all’altezza del Carrobbio, i miei occhi incrociano i suoi. Li incrociano e ci stanno agganciati. Ammetto di aver sentito una bella scossa, mi sono messa seduta dritta e, mentre il tram ripartiva verso via Torino, ho girato la testa indietro e guardando fuori dal finestrino l’ho visto che a sua volta si era girato a cercarmi. Quando i nostri sguardi si sono agganciati di nuovo, mi ha sorriso. E io ho sorriso a mia volta.
Da quel giorno ho provato più volte a prendere il tram delle 8:20, ma niente, nessuna pseudo-fantasia amorosa riesce a farmi uscire di casa in un qualsiasi orario diverso da “in ritardo”. Forse è pigrizia, o forse istinto di protezione. Cosa potrei fare se lo rivedessi? Fermarlo? Sorridergli? Parlargli? La mattina? Alle 8:30?? E poi, con tutta probabilità, sarà sposato, con figli e pure un golden retriever, che porta a correre in campagna durante i weekend, invece di chiudersi in palestra.
La scena che immagino sarebbe ben lontana dall’incontro tra Amelie e Nino, in sottofondo non ci sarebbe nessun “Comptine d’un autre été, l’après-midi” di Yann Tiersen ma solo lo sferragliare del tram e gente nervosa che deve correre in ufficio, esattamente come me. Ma chi lo sa, magari un giorno, uno di quelli in cui mi vesto carina, esco in orario, il tram mi aspetta alla fermata e tutto sembra girare bene, ecco magari quel giorno smetterò di imitare Amélie, che in fondo era solo una sociopatica, e riscoprirò, come ricorda Monsieur Dufayel nel film, di non avere affatto le ossa di vetro.
“Voilà, ma petite Amélie, vous n’avez pas des os en verre.
Vous pouvez vous cogner à la vie.
Si vous laissez passer cette chance, alors avec le temps, c’est votre cœur qui va devenir aussi sec et cassant que mon squelette.
Alors, allez y, nom d’un chien!”
Monsiuer Dufayel