La riunione condominiale – ATTO TERZO

Alle 20:50 usciamo quasi contemporaneamente dai nostri appartamenti, per dirigerci come diligenti formichine verso l’ufficio dell’amministratore di condominio. Mentre cammino lungo il vialetto, un vicino di casa che avevo confuso per il ragazzo che nelle puntate precedenti si accompagnava alla ragazza bionda (lo racconto qui), teneva il cancello aperto per un vecchio che stava uscendo in bicicletta.

E poi l’ha chiuso.

Mentre io ancora camminavo lungo il vialetto.

L’ha chiuso e si è incamminato, secondo me con un ghigno stampato in faccia.

Iniziamo bene” penso.

Lungo la strada incrocio la spilungona che abita sopra di me, camminava insieme alla signora che il primo anno mi disse “Si, la vedo che fa sempre tutte cose” (per chi se lo fosse perso…). Parlano di non so bene quale famiglia stramba e io penso bene di salutare, accelerare il passo ed entrare nel basso dove ha sede l’amministratore. Mentre, senza che fosse necessario, abbasso la testa per entrare dalla porta, sento un dialogo che promette scintille:

“C’è poca gente stasera”

“Eh sono morti in tanti quest’anno”

“Tutta vita stasera eh”, penso, e non riesco a non ridere mentre scendo le scale, sentendomi addosso almeno una quarantina di occhi che mi guardano con curiosità.

La riunione ha inizio e l’amministratore chiama uno per uno i 64 condomini. SESSANTAQUATTRO.

A parte qualche conclamato criminale che non si presenta mai, noto con piacere quattro o cinque facce nuove tra cui quella del tizio che mi ha chiuso il cancello in faccia: un ragazzo alto e sovrappeso che, scopro in quel momento, ha preso il posto del salviniano alto, sovrappeso e fidanzato con la bionda. Per il resto siamo gli stessi: il padre di famiglia carino, la spilungona del piano di sopra, la dirimpettaia impicciona, la moglie del professore, il distinto signore asiatico, l’uomo dai tratti indiani che credo di aver visto solo alle riunioni condominiali, la vecchia che è meglio non contraddire dato che conosce qualcuno che può farti passare un brutto quarto d’ora. Tutti seduti, come scolari in classe, più o meno nei medesimi posti di anno in anno.

Finito l’appello, inizia la tiritera dell’approvazione del bilancio. Tra le spese per i francobolli e quelle per il cambio della serratura del cancello, va tutto più o meno bene. Fino ai fogli dedicati alle ripartizioni delle quote acqua, che scatenano la faida tra due famiglie che si rinfacciano rispettivamente di ospitare senza residenza il figlio disoccupato l’una e numero 2 nipotini di età indefinita l’altra. Consumerà più acqua la doccia quotidiana del ragazzo o la pasta cucinata per sfamare le creature? Mentre si cerca a male parole una soluzione a questo dilemma, io mi trovo esattamente in mezzo ai due litiganti e passo il tempo della querelle a cercare, senza successo, il foglio dove si parla di ripartizione dell’acqua. Prendo in considerazione l’idea di smorzare la tensione ironizzando sul fatto che io spesso faccio la doccia in palestra e non chiedo una riduzione della mia quota, ma ricordo il cognome dei miei vicini appena in tempo per scegliere saggiamente di tenere la bocca chiusa.

Conclusa senza vincitori la bagarre sull’acqua, una delle giovani facce nuove azzarda la proposta di preventivare qualche miglioria allo stabile, cambiare gli infissi delle zone comuni o dare una rinfrescata alle parete delle scale, ad esempio. Quasi per scherzare, la solita mamma azzarda una battuta sull’ascensore e al secondo commento sul tema io trattengo a stento l’istinto di alzarmi e prenderli tutti a sediate in faccia.

Lo scontro generazionale che si apre da lì in avanti è palese: da un lato la categoria degli anziani che non si preoccupa nemmeno dei calcinacci che cadono dalla facciata, tanto chi esce più di casa ormai? Dall’altro i nuovi e giovani proprietari che possono permettersi il lusso di ragionare con un orizzonte temporale superiore all’oggi. Da una parte chi vorrebbe pagare le spese condominiali dallo smartphone e dall’altra chi porta personalmente all’amministratore la mazzetta di contanti, ramini compresi.

L’amministratore ci osserva sornione da dietro quella che credo sia la scrivania della sua segretaria, vista la tenera zampina di animale disegnata su un post-it e appiccicata allo schermo del computer. E’ certo che ancora una volta avrà la meglio l’immobilità decisionale di questo assembramento di esseri umani che vivono nello stesso stabile. Per questo motivo, durante l’accesa discussione sulla condizione delle scale del palazzo, approviamo, all’oscuro della metà dei presenti, la richiesta di alzare di qualche centinaia di euro lo stipendio del custode, di cui non si può assolutamente negare la buona volontà e la dedizione a tenere insieme per quanto possibile i pezzi di un giardino che senza di lui sarebbe allo stato brado. Questo rapido colpo di mano portato avanti senza averne il numero legale da un piccolo gruppo di dissidenti mi fa sentire una sorta di Robin Hood al femminile, paladina dei più deboli in lotta contro i ricchi oppressori, mi sento fiera di aver fatto la mia piccola parte per dare dignità ad un lavoratore meritevole.

Toglimi una curiosità Marco” faccio all’amministratore mentre sto uscendo dalla stanza. “Quanto guadagna il portinaio all’anno? Gli abbiamo dato un aumento misero…” proseguo magnanima.

40 mila euro all’anno”.

Scusa? Puoi ripetere? Non sono sicura di aver capito bene.

QUARANTA. MILA. All’anno ovviamente

Mi sono riseduta. Ho pensato a quell’uomo che per sei ore al giorno, 6 giorni su 7, ritira i pacchi in un condominio dove con tutta probabilità ad arrivare sono solo ingiunzioni di pagamento e che pulisce, male, le scale. A giorni alterni. Ecco in quel momento ho smesso di sentirmi Robin Hood e ho guardato per qualche secondo Marco. Che mi ha sorriso sornione e mi ha detto ridendo: “Se vuoi mandare il curriculum, alla prossima riunione lo mettiamo all’ordine del giorno”.

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